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Quello
del "cavatore" dei blocchi di
marmo è sempre stato un
mestiere molto rischioso, specialmente negli anni passati, quando
l'estrazione ed il trasporto del marmo verso la valle veniva fatto con
mezzi rudimentali.
Un
tempo, il marmo veniva estratto abbattendo le grandi pareti delle
montagne con l'esplosivo. Una tecnica che, per la sua complessità,
comportava una lunga e accurata preparazione.
Durante
l'esplosione e la successiva caduta, la grande parete si spezzava,
dividendosi in tanti blocchi dalle diverse dimensioni. Andiamo però per
ordine;
CAVE
Si
chiamano cave i luoghi dove vengono effettuati i lavori di estrazione delle
rocce dal sottosuolo.
Il
nome cava, nella legislazione italiana, è riservato a quelle opere
dirette ad estrarre materiale da costruzione: marmi, graniti, pietre
varie.
Nelle
cave i lavori vengono effettuati all'esterno e vengono aperte dove gli
affioramenti permettono una buona resa.
In
una cava possono esistere diverse classificazioni di qualità marmorea
cioè, stesso tipo di pietra o marmo ma di diversa qualità. Per esempio
nel marmo bianco di Carrara possiamo trovare diverse qualità, tipo: A,
B, C, statuario, pino alpino, etc..
Per
l'estrazione dei marmi e delle pietre, la cava viene organizzata in
diverse aree di lavorazione.
Tutte
le cave hanno alcuni elementi in comune (schema
cava). Innanzitutto si
nota un piazzale di lavorazione (P),
dove vengono preparati e sgrossati i blocchi abbattuti, marmi o di
altre rocce ornamentali.
I
detriti e gli scarti rimasti sul piazzale (P)
alimentano la discarica "letto"
(D)
la quale diventa sempre più larga e grande.
E' classico il caso
delle cave di marmo delle Alpi Apuane, le cui candide discariche
sembrano campi di neve.
La roccia
viene staccata dal "fronte"
(F)
di abbattimento, mediante
mine nel caso di
materiale duro o di minor pregio, oppure con "filo
elicoidale",
per evitare scarti nel caso di marmi pregiati.
Dello
stesso "piazzale" (P),
sì possono servire più cave ed il materiale arriva nel piazzale per
mezzo di una "teleferica" (T).
Se la posizione della cava lo permette, anche il deposito dei blocchi
finiti e la loro eventuale lavorazione avviene sullo stesso piazzale o
immediatamente a lato, altrimenti, i blocchi vengono trasportati in una
apposita area sita più in basso, a livello della strada, detta talora
"fondo cava", dove vi sono i capannoni e derricks, per
riceverli e smistarli alle segherie.
Nello
schema (fig. a fianco) si vede una cava di marmo bianco dei monti
Apuanei coltivata con metodi razionali che garantiscono minime perdite.
Il metodo del "filo
elicoidale" (vedi
fig.) è basato su una lenta azione erosiva esercitata da una fune
metallica che trasporta acqua e sabbia silicea come abrasivo. Il filo
mantenuto in movimento dal motore (M)
è guidato in appositi "pozzetti"
(P),
preparati in precedenza
di fianco al blocco che si vuole isolare; all'inizio esso agisce lungo
la linea AA,
poi giunge allo stadio BB,
finche cessa l'azione abrasiva una volta a livello di PP.
In qualche decina di giorni si tagliano blocchi di centinaia di metri
cubi.
La
discesa dei blocchi avviene, dove possibile, con camion; in caso
contrario, tramite un piano inclinato con rotaie di guida, detto "lizza"
(L).
LIZZATURA
La "lizzatura",
era l'operazione di spostamento dei blocchi di marmo.
Dopo
l'esplosione "varata"
(spettacolo suggestivo, ma anche molto pericoloso per chi vi prendeva parte)
e la successiva caduta, la grande parete "Fronte"
(F)
di marmo si spezzava, dividendosi in tanti blocchi dalle diverse
dimensioni.
E' qui, che una
volta entravano in scena i "riquadratori",
che a suon di subbia e martello, cercavano di dare una forma quadrata al
blocco. Il loro lavoro era difficile e pesante, e quei cavatori dovevano
essere forti e pazienti.
Una
volta riquadrati, i blocchi dovevano scendere a valle.
Ai
tempi di Michelangelo, per portare a valle i blocchi di marmo c'era soltanto
un modo: farli rotolare giù, senza alcun controllo, su di un "letto"
di detriti (D).
Questo
rudimentale metodo di trasporto, che si chiamava "abbrivio",
era molto pericoloso ed infatti, verso la fine dell'800, fu vietato per
legge.
Il metodo della "lizzatura"
consisteva nel mettere i blocchi di marmo sopra una slitta ricavata da
tronchi di faggio o di quercia e di farli scorrere verso valle.
La
"lizza"
era formata da diversi blocchi di marmo - così come mostra l'immagine a
fianco - tenuti assieme da robuste corde di canapa, che servivano anche
per far scendere lungo tutto il percorso l'intero carico.
Alla
"lizzatura"
partecipavano diversi uomini, era un lavoro di squadra molto rischioso.
Davanti a tutti c'era il capo lizza, che aveva il compito di controllare
che la discesa procedesse per il meglio. Era un compito delicato, e
veniva affidato all'operaio più esperto. Era lui che disponeva i "parati"
sul terreno davanti alla lizza, e dava il segnale ai mollatori
di allentare o stringere i cavi al momento giusto.
I
"parati"
erano robuste assi di legno, che venivano aggiunte anteriormente, mano
mano che il carico scendeva, consentendogli di scivolare senza
incontrare ostacoli.
Un'altra
figura molto importante nella "lizza",
era "l'uomo
del piro",
chiamato anche "il
mollatore"
(vedi foto a fianco), che aveva il compito di mollare lentamente le
corde, in modo che il carico scendesse molto piano, senza prendere
velocità.
La
lizzatura era una delle fasi più rischiose del lavoro in cava. Se il
carico si liberava dalle corde, e prendeva velocità, chi vi era intorno
veniva travolto. E questo, purtroppo, è successo più volte.
Il
lavoro della lizzatura finiva nel momento in cui il carico arrivava al
"poggio",
che era il luogo dove i blocchi di marmo venivano liberati dalle corde
e caricati su carri trainati dai buoi.
Così
il marmo veniva portato a valle e da lì smistato verso varie
destinazioni: botteghe artigiane, scultori o segherie, oppure poteva
essere imbarcato su vascelli per raggiungere ogni parte del mondo.
La cava oggi
Col passare degli
anni le tecnologie hanno cambiato la cava, l'hanno resa più
accessibile e soprattutto meno pericolosa.
L'uso degli
esplosivi si è fortemente limitato, e perfino il "filo
elicoidale" è
ormai oggetto da museo.
Oggi, il "filo
diamantato"
permette di tagliare pezzi di montagna ad una velocità incredibile; se
una volta per fare un taglio ci voleva un mese e mezzo, oggi lo stesso
taglio si fa in tre o quattro giorni.
Il "filo
diamantato" è
fatto come una collana di perle, infatti quei piccoli cilindri che
vengono infilzati sul cavo si chiamano appunto "perline",
e sono dei piccoli diamanti artificiali, distanziati tra loro da piccole
molle. Unico grave inconveniente di questo metodo di lavoro è che, se
si rompe il filo, le perline partono come proiettili. Per questo gli
addetti devono sempre stare a distanza quando la macchina è in
movimento."
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