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L’arte
greca si lega indissolubilmente con il concetto di "classico". Al
termine classico, più che l’individuazione cronologica di un periodo
storico preciso, va richiesto il contenuto "estetico" di una particolare
visione dell’arte. Il classico, possiamo dire, si lega al concetto di
"perfezione
assoluta". È classica un’arte non suscettibile di valutazioni
contingenti o relative, quali fenomeni di gusto individuali e
soggettivi, ma ispirata a valori universali ed eterni, che daranno
sempre un sereno godimento estetico.
Come
giunse l’arte greca ad un simile risultato? L’arte greca, benché
avesse l’eredità della cultura minoica-micenea come base di partenza,
in realtà, iniziò il suo autonomo percorso agli inizi del 1000-1100
a.C., quando il Peloponneso fu invaso dai Dori. L’arrivo di queste
nuove popolazioni, comportò lo spostamento degli achei e degli ioni
verso est: verso le isole cicladiche e la costa turca. I dori, popolo di
origine rurale esente da raffinatezze estetizzanti, portò inizialmente
ad un apparente decadimento della produzione artistica, rispetto all’ultima
produzione sub-micenea. In realtà, in questa fase si affermò una nuova
visione del manufatto artistico, in cui prevaleva la volontà di
affidarsi alla "matematica" e alla
"geometria". Lo spirito matematico, pur
quando si esaurì la fase detta "periodo geometrico", rimase
una costante della visione artistica greca, anche nei periodi
successivi, come poi vedremo.
Vi
era, in questo atteggiamento, le premesse per lo sviluppo del "razionalismo
greco". In questa fase, la produzione artistica, ridotta a
sperimentazioni geometriche, finì per produrre oggetti e
rappresentazioni del tutto antinaturalistiche, in cui prevaleva una
schematizzazione geometrica di tipo quasi astratto.
L’inversione
di tendenza avvenne nel cosiddetto "periodo orientale", quando
l’arte greca venne a spostarsi sul piano delle arti orientali, in cui
prevaleva la rappresentazione volumetrica e la produzione della grande
statuaria. L’arte greca iniziò a convertirsi al naturalismo, ma senza
perdere il suo essenziale spirito matematico. E così ottenne risultati
superiori a qualsiasi altro stile antico.
Uno
dei concetti guida del naturalismo greco è la proporzione. La
"proporzione"
è anche una formulazione matematica: essa stabilisce l’uguaglianza di
due rapporti.
a : b
= c : d
Gli
artisti greci non si limitano ad osservare il corpo umano. Lo misurano,
per individuare i "rapporti
numerici", che esistono tra una parte e l’altra,
e tra le singole parti e il tutto. Arrivarono così a definire che, in
un corpo perfetto ed armonico, la testa, ad esempio deve essere l’ottava
parte dell’altezza. Cioè:
testa
: altezza = 1 : 8
Dopo
di che, la statua, indipendentemente dalla sua dimensione, risulterà
"proporzionata",
se rispetta il medesimo rapporto. Ossia:
rapporti
della rappresentazione = rapporti della realtà
L’arte
greca classica non potrebbe essere più naturalistica. Ha una tale
fiducia nel suo spirito di razionalizzazione, che annulla anche il
problema della percezione: cerca di rappresentare la realtà, depurata
da qualsiasi forma di soggettivismo sia percettivo sia interpretativo.
Giunge così, nella statuaria, a risultati che, sul piano della fedeltà
anatomica, non ha eguali.
Il
concetto di proporzione fu alla base dell’istituzione del "canone
di Policleto", ma fu anche alla base degli
"ordini"
architettonici.
Canone ed ordini divennero, quindi, strumenti normativi che fissavano le
leggi e gli ambiti in cui poteva muoversi la creatività artistica. Essi
contribuirono molto a definire l’omogeneità stilistica dell’arte
greca, pur restando un astratto strumento matematico.
Ma
il concetto di classico non si limita qui. Non si limita ad una
razionalizzazione dei metodi e delle procedure artistiche, che, in
fondo, avrebbero portato solo a conquiste tecniche, per una migliore
rappresentazione mimetica. Il classico va oltre.
La
realtà umana ha infinite forme: gli individui. Alcuni possono essere
belli, altri meno. Copiando l’individuo, si avrebbe la
rappresentazione di un uomo. L’artista greco, invece, vuole
rappresentare "l’uomo", ossia il limite perfetto a cui può
giungere la forma umana. E a ciò, giunge per approssimazioni
successive: sceglie le parti migliori, che riesce ad individuare nei
singoli individui, e le assembla.
Perché
i greci volevano rappresentare l’uomo? Sicuramente perché
intesero sempre la conoscenza come conoscenza universale. Un simile
atteggiamento li portò alla formulazione del "mito", come racconto
archetipo, in cui non importa la verità ma la verosimiglianza, dove
ciò che conta non è il ricordo di un fatto particolare, ma l’espressione
di un significato universale. La rappresentazione dell’"uomo ideale",
non è altro che una ricerca del mito.
Ma,
oltre che forma, il corpo umano è anche movimento. Può modificare il
proprio aspetto in base alla posa, all’espressione del viso, ai gesti
che compie. Ed anche qui, il classico è tale perché ricerca il momento
di maggior armonia formale. Quell’istante, che prende il nome di momento
pregnante, di grande concentrazione interiore, o di assenza di
emozioni, che rendono eterno un singolo istante.
Proporzione ed
armonia: queste sono le due ricette principali dell’arte classica. E
da allora, nel successivo sviluppo dell’arte occidentale, sono
divenute le caratteristiche di qualsiasi "classico". Inutile
dire che, per la grande fortuna di cui ha goduto, il
"classico" è divenuto sinonimo di perfezione. È divenuto l’espressione
di principi e valori senza tempo; di una bellezza, in sostanza, che
fosse esente da mode passeggere.
architettura...
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